Alle 22:39 del 9 ottobre 1963, una frana si stacca dal pendio del monte Toc, tra i paesi di Erto, Casso e Longarone, in provincia di Belluno. La frana precipita nel bacino idroelettrico della famigerata diga del Vajont e provoca il sollevamento di diverse onde, tra cui una di 50 metri che arriva a fondovalle e provoca il disastro: più di 2000 morti.

Le cause sono molte, ma tutte derivanti da una sola, più grande: la negligenza della SADE, ente gestore dell’opera.
(per informazioni più approfondite, vi consiglio l’ottimo e toccante spettacolo-racconto di Marco Paolini, disponibile qui).

La diga è l’unica struttura a rimanere in piedi, ancora oggi.

Vajont

L’unica cosa rimasta in piedi: la diga.

Andare in quei luoghi oggi significa passare dal paradiso all’inferno, e poi di nuovo al paradiso.

Questo è quello che ho provato quando, dopo aver percorso le bellissime e suggestive strade della valle del Vajont (che attraversa il Friuli e il Veneto) sono arrivata prima nel paese di Longarone, e poi sono salita verso Erto e Casso.

Longarone, il comune completamente raso al suolo perché investito direttamente dall’onda, è ora interamente ricostruito, ma offre un memoriale che dà proprio sulla valle e sulla diga.

La pelle d’oca, quella vera, arriva su in alto, a Erto e Casso. I due paesi sono stati lambiti da una prima onda che si è sollevata verso l’alto. E, in questi due comuni, ancora oggi le parti distrutte rimango in piedi, a fianco di quelle nuove.

Un muro a Erto, nella parte distrutta

Da Erto, guardando dall’altra parte della valle, è possibile vedere le parti “mancanti” del Toc.

Il monte Tocc con i "pezzi mancanti"

Il monte Tocc con i “pezzi mancanti”

Poi sono scesa di nuovo, ma questa volta mi sono fermata sulla frana. Praticamente, data la sua mole, ha trasformato il bacino del lago in una zona semi pianeggiante.

Vajont

Sulla frana

Tutti dovrebbero andare, almeno una volta, in questo posto che ha un po’ di memoria in ogni angolo.

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