La prima volta che andai a Pisa non ero ancora minuta di smartphone.

Partii con la piantina di Tuttocittà che mi indicava la strada dalla stazione centrale a Matricolandosi, il punto della segreteria dell’università adibito all’iscrizione per le matricole.

Manco a dirlo mi persi, ma non troppo. Quando tornai a casa, mezz’ora di treno e altrettanta di macchina dopo, ero ufficialmente una matricola dell’Università degli studi di Pisa.

Ricordo ancora i brividi.

Da quel giorno sono passati più di 10 anni (sigh) e c’è una parte di Pisa, quella che frequentavo tutti i giorni, che conosco come le mie tasche. Sono passati quasi 6 anni dalla mia laurea (ri-sigh) e quando ci torno, quelle due o tre volte all’anno per incontrarmi con qualche vecchi amica, è un po’ come tornare a casa.

È ovvio che durante queste uscite con le amiche la routine è diversa da quella di qualunque universitario: colazione nel mio bar di fiducia, giro per negozi in Corso Italia, pranzo al ristorante giapponese vicino alla facoltà di Lingue e poi chiacchiere sul prato di Piazza dei Miracoli all’ombra del Battistero.

È proprio in Piazza dei Miracoli che mi sono scatenata con la reflex, perché è il posto che più pullula di turisti e allo stesso tempo quello che più noi “locali” diamo per scontato. Quante volte, nella pausa pranzo, siamo andati a mangiarci un panino circondati da turisti senza nemmeno alzare gli occhi?

Io credo di averlo fatto solo quando ci sono stata in gita con la scuola una ventina di anni fa, e poi basta, almeno fino a quando, reflex al collo, non ho guardato tutto quello che mi circondava con un altro occhio.

Guardare in alto in Piazza dei Miracoli è bello, soprattutto ora che i monumenti sono stati ripuliti e sono quindi belli bianchi, pronti per essere per essere fotografati dalle migliaia di turisti che, in questa stagione, arrivano ogni giorno a visitarla.

Ma è bello anche semplicemente guardarsi intorno, perché Piazza dei miracoli è una delle piazze italiane più pulite che abbia mai visto. La gente non manca (guardare la foto sotto per credere) eppure sul manto erboso, verde e sempre tagliato al punto giusto, non c’è una cartaccia.

Quando mi sdraio su quell’erba mi diverto sempre molto a osservare il mix di persone: turisti, studenti universitari e non, lavoratori in pausa. Un mix di lingue, di accenti, di modi di vestire, di attività: famiglie italiane e straniere, gruppi di ragazzi in pantaloncini e Converse che chiacchierano e, a seconda dell’ora, mangiano un panino, coppie di amici che si confidano e coppie di fidanzati che si coccolano, persone sole che leggono un libro o studiano.
È affascinante.

Gli spazi adibiti allo “svacco” sono ben delineati: quelli intorno al Battistero. La zona intorno al Duomo e alla Torre sono invece sorvegliati da una guardia che, all’occorrenza, è munita di fischietto e allontana i turisti indisciplinati e li convoglia verso la zona apposita (che comunque è pulita esattamente come le altre).

Mentre facevo il giro della piazza per scorgere angoli da fotografare, ho visto il vigilante in azione (in realtà l’ho anche fotografato, si vede piccolo piccolo nella foto sopra, con la camicia azzurra) e per un attimo Piazza dei Miracoli, con il suo prato verde e pulito e la gente che legge, mi ha ricordato una delle cose che ho preferito di Londra: i parchi, quelli pullulanti di lavoratori in giacca e cravatta che in pausa pranzo si siedono su qualunque appezzamento verde di 2 m x 2 e tirano fuori un libro. Quando ci sono stata, qualche anno fa, ero così affascinata che ho costretto il mio accompagnatore a passare così una nostra pausa pranzo, mentre il resto dei turisti correva a destra e a manca per vedere più cose possibili nei pochi giorni a disposizione.

(Piazza dei Miracoli come Londra, chi l’avrebbe mai detto.)

Il più conosciuto accesso alla Piazza, anche perché è uno dei più facili da spiegare ai turisti quando scendono alla stazione, è via Santa Maria. Quella sì che è una via a me nota: sono ubicate lì, infatti, entrambe le facoltà che ho frequentato, la facoltà di Lettere e la facoltà di Lingue e letterature straniere.

Fino al numero 85, dove c’è Lingue, potrei elencarvi i palazzi che ci sono a occhi chiusi. Andando oltre, per quanto li conosca, sono un piacere da scoprire perché non abbastanza impressi nella mia memoria da ricordarmeli a distanza di anni.

Una serie di negozi acchiappaturisti, forse, che di italiano hanno poco o forse troppo, nel senso che cercano di essere così tanto italiani che diventano caricature di se stessi. È così che ci vedono all’estero? Con le bandierine ovunque e l’aglio alla porta? Che mangiamo pasta colorata (qualcuno di voi ha mai mangiato la pasta colorata?) e beviamo solo limoncello? Poi? Pizza e mafia?

Forse è meglio se ci facciamo ricordare per Piazza dei miracoli.

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Stefania

Stefania

Ha una trentina d'anni, una lunga vita da pendolare e un'altrettanto lunga vita da lettrice incallita. Ha una collezione di cartoline che da anni incrementa guardando con espressione angelica chiunque sia in partenza prima di chiedergli: “Mi mandi una cartolina?”. Ha un astio profondo per il caffè, e una dipendenza da cappuccino e Pocket Coffee. Ha anche due lauree, una in Editoria e una magistrale in Traduzione; quello che le manca è una casa tutta sua in cui usarle come complemento d'arredo, ma ci sta lavorando. Quando leggete le parole su Facebook, in genere sono sue.

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