Alle 3,31 del 6 aprile 2009 dormivo a casa mia, a Penne, nella fascia di colline tra l’Appennino abruzzese e il mare. Accanto, mio figlio di dieci anni approfittava del posto lasciato libero dal padre, da qualche giorno in Polonia per lavoro.

Un minuto dopo il letto ha preso a muoversi, qualcosa lo scuoteva da sotto. Appena svegliata, ho saputo subito cos’era, lo avevo già provato qualche volta nella vita, mai tanto forte. Ho tirato via il bambino per un braccio, ci siamo accostati al muro maestro. Il terremoto, gli ho detto. Le ante degli armadi sbattevano, la ringhiera della scala interna cigolava ritmicamente e di là, in cucina, gli oggetti cadevano dalle mensole e si rompevano. Nel tempo interminabile della scossa stringevo la mano di mio figlio e riuscivo a pensare solo basta, fèrmati, prima che crolli tutto. Si è fermato. Ho aperto la finestra d’istinto. Fuori come un fragore che si attenuava, dalla montagna al mare. Al balcone della sua camera la nostra vicina in camicia da notte, un palmo sul petto ansimante. Oddio, ripeteva. Le luci accese nel quartiere e voci concitate di gente scesa in strada.

A Penne ci siamo resi conto al mattino che il terremoto ci aveva solo spaventati, era stato gentile con noi. Nessun ferito, pochi danni. Però aveva distrutto L’Aquila.

Così, nella Postfazione di Bella Mia, Donatella Di Pietrantonio offre il suo ricordo della notte del terremoto che ha distrutto L’Aquila. 

Quelle scosse fortissime svegliarono anche me, insieme a gran parte degli abitanti del Centro Italia. Tutti spaventati, ma per lo più fortunati.

In Bella Mia la Di Pietrantonio racconta il post terremoto con un italiano perfetto che a tratti sembra poesia e non prosa. Sceglie di farlo raccontando la storia di una famiglia colpita non solo dal terremoto ma dal dolore della perdita di una persona cara. Marco, adolescente taciturno e spigoloso, nel sisma perde la madre. Il padre è lontano per lavoro e così lui va a vivere nella C.A.S.E. (“Già si deteriorano le C.A.S.E., le hanno tirate su in fretta e a caro prezzo per non durare.”) con la zia Caterina, sorella gemella della madre, e con la nonna. Ognuno alle prese con il suo dolore devono trovare la forza di farcela, da soli e insieme.

 

FrancescaGi

L'Aquila Abruzzo terremoto

Io, Francesca, visito L’Aquila nel 2013.

Visitiamo L’Aquila in una giornata di primavera del 2013. Appena subito il terremoto mi ero ripromessa di andare, per dare il mio contributo ad un’economia prettamente turistica, completamente azzerata.

E’ arrivato il momento.

Dopo tanti proclami di governi vari, non so davvero cosa aspettarmi: di certo, non questo.

L'Aquila Abruzzo terremoto

L'Aquila Abruzzo terremoto

 

Quello che si vede è un pugno allo stomaco.

La brutalità delle vite spezzate degli abitanti attraverso i muri crollati delle camere da letto, gli armadi con le ante aperte; i bagni con gli specchi rotti, ancora appesi; gli squarci nelle pareti che espongono senza pudore le vite interrotte.

Provo vergogna e angoscia a camminare per le vie deserte tra i palazzi puntellati e mai restaurati. Tra i portoni aperti dai quali si vedono scale inagibili.

Tra i negozi chiusi con le vetrine piene di detriti.

Il senso di oppressione è pesante, tante le vite che quel giorno sono cambiate, tante quelle che non ci sono più. Mazzi di fiori appesi alle transenne dei luoghi ai quali neanche ci si può avvicinare, la “zona rossa” – presidiata dall’esercito.

L'Aquila Onna Abruzzo terremoto

Onna

Perché parlare del disastro de L’Aquila terremotata in un sito di viaggi?

Perché L’Aquila era una delle meraviglie del nostro Paese e a L’Aquila si deve andare, si deve vedere, si deve prendere coscienza di quello che è successo e di quello che non è stato fatto.

Perché dai viaggi si impara e si conosce, si torna a casa più ricchi e consapevoli.

Perché la consapevolezza dello Stato in cui viviamo, a L’Aquila, si percepisce a fondo.

L'Aquila Onna Abruzzo terremoto

Onna

Il presente difficile si intreccia al ricordo vivo del terremoto.

Cantavano gli uccelli notturni, uno in particolare ripeteva sempre lo stesso chiù monotono. Ho creduto di riconoscere l’assiolo, una volta Roberto ci aveva detto che il suo verso è un Mi bemolle. Nemmeno il tempo di chiedermi che ci facesse un assiolo in centro, hanno taciuto, tutti insieme. Quasi nello stesso istante si sono messi ad abbaiare i cani, in coro, a cerchio, dai palazzi e più lontano, dalle campagne e dalle frazioni della città. Davano l’allarme per quello che arrivava, nella loro lingua inascoltata. Confusa tra le altre, la voce di Bric da Onna latrava contro la resistenza del suo padrone e io non ne sapevo niente. Di colpo mi ha investita dura l’aria, non il vento, una massa compatta di aria percossa. Sono rientrata con un salto ed è cominciato.

Il libro ve lo consiglio vivamente perché Donatella Di Pietrantonio ha davvero la capacità di incantare con le sue parole.

Leggendo le scene in cui Caterina si addentra furtiva nella Zona Rossa, mi tornavano in mente le foto scattate a L’Aquila da Francesca.

Incrocio una delle pattuglie che presidiano il perimetro della Zona Rossa e proseguo per qualche isolato, tra i rari passanti della mattina. Poi non c’è nemmeno bisogno di spostare la transenna, mi appiattisco contro il muro ed entro nell’ombra del vicolo proibito. Cammino in salita, con il fiato già grosso. A tratti arrivano zaffate di legname marcio, dai puntelli ancora intrisi della pioggia notturna. Quando svolto per via Mezzaluna, con la coda dell’occhio scorgo un movimento scuro e peloso, forse un animale di piccola taglia sgattaiolato all’improvviso. Per raggiungere il mio vecchio laboratorio devo costeggiare la casa che ha perso la facciata e mostra gli interni residui, conserve e pacchi di pasta in cucina, nel bagno lo specchio rotto attento alle variazioni del cielo cubista, l’armadio spalancato sui vestiti che resistono addosso alle grucce e si lasciano stringere le maniche dalle insistenze del sole. Un interruttore senza muro oscilla nel vuoto, sospeso al suo cavo. Sale la nausea, la controllo.

Il dolore viene narrato in modo discreto e pudico. Il senso di perdita si trasmette magnificamente al lettore.

Nel Novembre 2017 la situazione è quella che la Di Pietrantonio riassume in chiusura:

Oggi L’Aquila è considerata il più grande cantiere d’Europa. Si parla molto della smart city che diventerà. In centro un concerto di martelli pneumatici, mole, camion che trasportano materiali edili. Polvere dappertutto. Molti palazzi finiti, ma non ancora riabitati, alcune attività riaperte, il Boss già poco dopo la scossa. L’amico che mi ha accompagnato nell’ultima visita ha detto: L’Aquila, novantanove chiese, novantanove piazze e novantanove gru. Abbiamo riso un po’ amaro. Ho chiesto se la gente tornerà, non mi ha risposto. Di quello che gli aquilani si portano dentro nessuno parla.

FrancescaGi

L'Aquila

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Francesca

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La capa, dalla cui mente è nato Chicks and Trips. Senese di nascita, europea per vocazione, ha conseguito la laurea in Giurisprudenza e poi l'ha appesa al chiodo sopra la televisione, tanto le stampe come complemento d'arredo vanno di moda. Passa il suo tempo a scrivere atti più o meno pubblici, fare foto e cadere da cavallo. Se dovesse andare a Hong Kong, sceglierebbe un volo con scalo a Londra e un tempo di attesa di un paio di giorni, pur di farsi un giro nella città della Regina. Sogna di vincere alla lotteria e passare il resto della vita in un appartamento con camino a Mayfair. Autrice de "I Cassiopei (biografie non autorizzate) e "Storia di Biagio"

 

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FrancescaGi

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Romana di nascita, sabina di azione, mamma di cuore. I suoi viaggi sono un mix tra il suo animo cittadino e l’amore incondizionato per la natura della mezza mela con cui condivide la vita. “Alla fine però sono venuti dei bei mix”, assicura lei. Chissà se la pensa così anche Luna, la coniglia nana più viziata del mondo, che li attende con pazienza a casa ogni volta. Anche se di fatto è un avvocato, Francesca dice di non avere ben chiaro cosa vuole fare da grande, ma sarà bene che lo capisca in fretta perché suo figlio di 3 anni le ha chiesto come regalo una Ducati Panigale!