(prima che qualcuno dica qualcosa: no, quello qui sopra non è il Nanga Parbat)

Posso affermare, senza timore di essere smentita, che quello al Nanga Parbat è un viaggio che non farò mai.
Perché, chiederete voi? Per tanti motivi, amici viaggiatori.
1) Non mi piace il freddo e sì, sul Nanga Parbat fa molto freddo.
2) L’altitudine mi fa venire l’emicrania e sì, il Nanga Parbat è molto alto.
3) Sono troppo vecchia per darmi all’alpinismo.

Questo non vuol dire però che il fascino di quella che chiamano “la montagna assassina” non faccia presa anche su di me.
Quindi, qual è il modo per viaggiare, restando seduti sul divano?

Una sola risposta: leggere libri.

Nanga Parbat

Il Nanga Parbat: cos’è e dov’è

Il Nanga Parbat è “solo” la nona montagna più alta del pianeta. Non fa formalmente parte della catena himalayana e si trova in Pakistan.
Il suo nome, in lingua urdu, vuol dire “montagna nuda”, ma dalle popolazioni locali è chiamata anche “montagna mangiauomini” o “montagna del Diavolo”.

Ha infatti un tristissimo primato, secondo solo a quello dell’Annapurna. Il 28% degli scalatori, che provano a raggiungere la vetta, muore.
Le condizioni per la scalata al Nanga Parbat sono proibitive.

Non è la montagna più alta del pianeta, ma ha la parete più alta del pianeta. Il cosiddetto versante Rupal infatti è una parete scoscesa e liscia che precipita per 4500 metri.

Avete capito bene, 4500 metri di parete praticamente liscia e verticale, con pochissimi punti di appiglio.

Praticamente impossibile da salire, anche se si avessero le ali. Non vuol dire che però alcuni pazzi, non ci abbiano provato e che, alcuni di loro, ci siano pure riusciti.

I libri scritti sul Nanga Parbat sono tantissimi, io ne ho scelti due (ma potrebbe aggiungersene un terzo).

Secondo me sono i due più importanti, scritti da due leggende dell’alpinismo mondiale, entrambi italiani: Reinhold Messner e Simone Moro

Razzo Rosso sul Nanga Parbat: Reinhold Messner

Reinhold Gunther Messner nanga parbat

I fratelli Messner sul Nanga Parbat – 1970 – Foto di Alchetron.com

Razzo rosso sul Nanga Parbat.

Reinhold Messner non ha bisogno di presentazioni, lo conosciamo tutti. È il primo uomo al mondo ad aver scalato tutti i 14 ottomila (le montagne che superano gli ottomila metri), ha compiuto la traversata dell’Antartide senza mezzi meccanici o slitte trainate da cani, ha percorso la Groenlandia a piedi e anche il Deserto del Gobi.

Un pazzo, o un eroe.

Reinhold Messner è stato però oggetto di un massacro mediatico senza precedenti. Come racconta in questo libro, nella spedizione del 1970 sul Nanga Parbat, morì il fratello di Messner, Günther.
Per anni Rehinold è stato accusato di aver sacrificato il fratello minore per ambizione personale, di aver mentito sulle circostanze della sua morte, di non essere mai arrivato, con Günther, in cima al Nanga Parbat.

Tutto questo fino a quando, nel 2005, la montagna ha restituito i resti mortali di Günther, dando conferma della versione sostenuta dal fratello Reinhold per oltre quarant’anni.

Ma cosa successe nel 1970 sul Nanga Parbat?

Questo libro racconta tutto.

Premetto che, se vi interessa, non è facile da leggere. È scritto su due piani e a due voci. Somiglia molto di più a una sceneggiatura cinematografica che a un libro, ma è davvero interessante, se volete sapere come è andata la storia.

Un razzo di segnalazione sbagliato, un tentativo di assalto alla vetta che Messner inizia in solitaria e in arrampicata libera, senza corde. Günther che lo segue anche se non dovrebbe, la cima raggiunta troppo tardi.
Le condizioni di luce che non permettono la discesa dallo stesso versante, senza corde.

Una serie di malintesi e la decisione disperata, dopo due giorni di attesa, dei fratelli Messner, di tentare la discesa dal versante opposto da quello dal quale erano arrivati.

Il versante del Diamir.
Nessuna possibilità di comunicare la loro intenzione o posizione, nessuna possibilità di soccorso.

Siamo nel 1970, ma oggi la cosa non cambierebbe.

A 8000 metri su una montagna verticale, si è comunque soli. È di qualche settimana fa la tragica fine dell’ultima spedizione sul Nanga Parbat.

I due ragazzi tentano un’impresa disperata e quasi la compiono. Günther è stremato e mezzo assiderato, inizia ad avere allucinazioni.

Ma con l’aiuto del fratello maggiore, riesce a scendere. Reinhold va in avanscoperta per brevi tratti, per poi tornare indietro e guidare il fratello minore che lo raggiunge.

Continuano così, con questo elastico, per molte ore.

Reinhold, arrivato quasi alla base della montagna, si toglie li scarponi e aspetta Günther, poche centinaia di metri dietro.

Günther però non lo raggiungerà mai.

Rehinold, dopo tre giorni di discesa senza acqua calda né cibo, con piedi e mani quasi congelate, torna indietro al punto in cui ha visto l’ultima volta il fratello.
Ma Günther non c’è.

Torna di nuovo alla base e fa il percorso inverso di nuovo, ma si accorge che una valanga si è staccata dalla montagna.
Scava a mani nude tra i ciottoli e il ghiaccio, ma niente.

Reinhold non rivedrà mai più il fratello Günter.

Si incammina sperando di trovare un villaggio e dopo altri giorni di viaggio, viene soccorso da alcuni contadini. Portato alla strada principale e poi alla polizia, che lo accompagnerà in ospedale.

Scoprirà in seguito che i suoi compagni di spedizione avevano già lasciato il campo, credendo morti i due ragazzi. Scoprirà anche che il razzo di segnalazione era del colore sbagliato e che questo errore aveva fatto prendere agli scalatori la decisione sbagliata.

Messner griderà la propria verità, non creduto, per 45 anni. Solo quando le ossa di Günther e un suo scarpone saranno trovati esattamente dove Reinhold sosteneva che fossero, sul versante del Diamir, la verità verrà a galla.

gunther messner nanga parbat ritrovamento 2005

Lo scarpone di Gunter Messner – 2005 – Foto di Alchetron.com

Non riesco a immaginare una tragedia del genere e il peso dell’infamia che uno deve portarsi dietro. Leggetelo perché è una storia affascinante e tragica.

Reinnhold Messner resti Gunter Messner

Foto di Alchetron.com

 

Nanga: Simone Moro

Nanga.

Simone Moro è il primo uomo al mondo ad aver scalato 4 montagne sopra gli ottomila metri, in inverno.

Avete capito bene.

Generalmente tutte le montagne himalaiane vengono scalate in estate, in condizioni difficilissime.
In inverno è praticamente impossibile.

simone moro nanga parbat inverno

Photo credits: Alex Txicon

Trovare una finestra di bel tempo tale, da permettere la posa dei campi sempre a un’altezza maggiore, per poi tentare l’assalto alla vetta, capita un inverno su 100.

Simone Moro ci ha provato e riprovato per ben tre volte, nel corso di 14 lunghi anni.

La montagna lo ha sempre respinto. A volte, neanche gli ha dato la possibilità di tentare. Fino a che, nell’inverno tra il 2015 e il 2016, una serie di circostanze (alcune fortunate, altre no), creeranno il momento perfetto.

Tre uomini e una donna, assalteranno la vetta del Nanga Parbat in inverno e riusciranno a conquistare la montagna mangiauomini.

nanga parbat vetta simone moro

Photo cretis: www.winterseason.it

Un racconto epico e molto interessante, che spiega in dettaglio come si prepari un campo, la noia che assale nell’attesa del momento giusto. Il lavoro incessante che viene svolto per rimanere in forma, per abituarsi all’altitudine, per liberare le corde dai metri di neve.

Un rocambolesco rientro e una soddisfazione infinita sono raccontate in questo libro che Moro ci regala, tra una scalata e l’altra.

Io, gli ottomila e la felicità: Tamara Lunger

E infine, la mia preferita: una donna! Un’alpinista altoatesina bella e giovane che è insieme a Simone Moro nel momento in cui attacca la vetta del Nanga Parbat in inverno.

Tamara però in vetta non arriverà mai. Si fermerà a soli 70 metri. Che noi diciamo: 70 metri, che vuoi che siano, ne hai scalati più di ottomila! E ti fermi ora?

Sì, Tamara si è fermata a un soffio dalla vetta perché non stava bene.

Ci vuole un enorme coraggio, parecchi uomini avrebbero proseguito, per poi non tornare più giù. Tamara è riuscita a rimanere lucida e, con parecchia fortuna, a salvarsi la vita.

Un punto di vista tutto femminile, impulsivo e totalmente diverso dai primi due. Forse il libro che mi è piaciuto di più, forse proprio perché scritto da una donna. Con lo stupore negli occhi, con tutte le nostre paranoie e con una forza enorme che solo le donne hanno. 

Quella di capire quando fermarsi.

Nanga Parbat

Questo post è stato scritto da:

Francesca

Francesca

 

La capa, dalla cui mente è nato Chicks and Trips. Senese di nascita, europea per vocazione, ha conseguito la laurea in Giurisprudenza e poi l'ha appesa al chiodo sopra la televisione, tanto le stampe come complemento d'arredo vanno di moda. Passa il suo tempo a scrivere atti più o meno pubblici, fare foto e cadere da cavallo. Se dovesse andare a Hong Kong, sceglierebbe un volo con scalo a Londra e un tempo di attesa di un paio di giorni, pur di farsi un giro nella città della Regina. Sogna di vincere alla lotteria e passare il resto della vita in un appartamento con camino a Mayfair. Autrice de "I Cassiopei (biografie non autorizzate) e "Storia di Biagio"