Viaggiando on the road, in genere si cambia tutti i giorni sistemazione e le probabilità di trovare brutte sorprese in un hotel sono molto alte, specialmente se si cerca di risparmiare il più possibile.
Durante gli anni mi sono capitate tante stanze di albergo ai limiti dell’accettabilità: in Galles una volta abbiamo trovato la moquette anche alle pareti del bagno, a Londra un lavabo talmente piccolo che lavarsi le mani era impossibile – toccava lavarne una alla volta. Provateci, se ci riuscite.
Ma l’hotel peggiore di tutti, l’ho trovato durante il viaggio on the road in Giordania, in una città del nord di nome Madaba: il St. John Hotel.

Appena arrivati ci accorgemmo che il parcheggio privato in realtà non c’era, che la porta della stanza non si chiudeva (la sedia incastrata sotto la maniglia funziona sempre), che non c’era acqua calda – anzi, non c’era acqua affatto, che le lenzuola non erano esattamente “fresche di bucato” (grazie al cielo avevo portato quelle usa e getta per qualsiasi evenienza) e che la colazione era più che altro a base di mosche. Ma la vera sorpresa arrivò alle 3 e 40 del mattino, quando scoprimmo che sopra il tetto dell’hotel c’era un minareto.
Il muezzin iniziò a cantilenare all’altoparlante e proseguì per almeno venti minuti. Alle 6 e trenta avevamo già fatto i bagagli ed eravamo in partenza per la tappa successiva.

Dal St. John di Madaba è venuta l’idea degli hotel da incubo. Parlandone con alcune mie amiche blogger, ho chiesto loro di raccontarmi le peggiori esperienze avute durante gli anni.
Quello che ne è venuto fuori è un misto di comicità horror-splatter, che solo i veri viaggiatori possono conoscere.

Proseguite con la lettura e capirete!

hotel da incubo

hotel da incubo: Misteriose presenze nella stanza

Ecco la testimonianza di Simona di Oltre le Parole Blog.

“Il mio viaggio in Sri Lanka è durato due settimane. Per la prima volta in vita mia mi affidavo a un’agenzia locale per la programmazione dell’itinerario che, grazie a un autista privato, mi avrebbe portato a scoprire la lacrima dell’India. Dopo una lunga e piacevole chiacchierata via Skype, oltre alle tappe, decidemmo anche in che modo organizzare le sistemazioni. Sia io che la mia amica, nonché compagna di avventura, siamo persone che si adattano facilmente. Ecco perché la proposta di optare per i b&b aggiungendo solo qualche hotel qua e là, fu accettata da subito.

Tutti i b&b si sono rivelati essere molto al di sopra delle aspettative. Di certo, tutt’altra storia rispetto all’hotel da incubo di Tissamaharama, il Peacock Reach!

La struttura si trova nei pressi del Yala National Park, il parco naturale che ospita animali selvaggi e che nel 2004 fu colpito dal tremendo tzunami.

Insomma, una zona fuori dal centro e con poche opzioni per le sistemazioni. Una volta arrivate, ci accorgiamo subito che qualcosa non torna. L’ambiente in sé non è affatto male. Stanze spartane ma ampie e ambienti comuni semplici ma ariosi. Appena arrivati alla porta d’ingresso però, sentiamo fortissimi rumori provenire dall’interno. Trapani, martelli e un frastuono incredibile. C’erano i lavori in corso, con scale rimaste senza protezione e interi piani senza balaustre. Della serie che per me cadere di sotto sarebbe stato un gioco da ragazzi!

Distrutte, ci basta solo una bella dormita. Spegnamo la luce e, quasi immediatamente, sentiamo un fruscio sopra le nostre teste. Occhi spalancati, accendiamo la luce, scrutiamo le grandi travi presenti nella stanza ma nulla. Ci riproviamo. Niente, appena la luce si spegne sentiamo nettamente il rumore di un animale in camera.

Un serpente? Un topo? Non abbiamo mai scoperto cosa fosse, e forse è meglio così. Restammo solo due notti, in cui ovviamente non chiudemmo occhio, sia per le strane presenze che per i lavori che all’alba ci tiravano giù dal letto. Forse sarà stata solo sfortuna la nostra, ma per me resta un hotel da evitare!”

hotel da incubo

Hotel da incubo: il mostro sotto il materasso

Questo è il racconto di Beatrice de Il Mondo secondo Gipsy.

“L’esperienza più terrificante in hotel risale al 2008, durante un on the road in Canada.

Su suggerimento di un amico canadese, ho prenotato questo hotel, lo Shaughnessy Village di Vancouver, per ben due notti. Volevo concludere in bellezza, perché qui avrei trovato vasca idromassaggio e un’atmosfera da cottage. 

Ai tempi non usavo TripAdvisor, anche perché non era ancora così diffuso. Mi sono fidata, perché l’hotel era nella guida degli hotel locali indicati dall’ente turistico, e, usando quella guida locale, fino a quel momento avevo dormito in hotel di buon livello.

Arriviamo a Vancouver dopo 9 ore di macchina, a notte inoltrata. Faccio check-in reggendomi a malapena in piedi e io e i miei amici andiamo in camera.

Che schifo, posso solo dire questo! La stanza assegnataci era una camera per fumatori impregnata di odore di sigaretta che aleggiava lì dentro da anni. I mobili erano vecchi e parzialmente staccati e con le ante storte. C’era moquette ovunque, perfino in bagno. La stanchezza però era troppa ed era troppo tardi per cercare altro. Decidiamo quindi di dormire lì una notte. Al risveglio però abbiamo avuto un’altra bella sorpresa: ci siamo infatti ritrovati pieni di morsi di cimici dei letti. La colazione poi, che doveva essere inclusa, in realtà di incluso aveva solo il caffè. Abbiamo dovuto pagare tutto il resto, persino le bustine di zucchero. Ovviamente per la notte successiva abbiamo preferito altro.

Le cimici dei letti in America sono una normalità, ma gli hotel e motel di solito fanno disinfestazioni. Le cimici sono così frequenti che c’è addirittura una forma per augurare la buona notte ai bambini che dice “Good night and don’t let the bed bugs bite” (buonanotte e non lasciare che ti mordano le cimici dei letti).

Se andate in America quindi sicuramente consiglio di sollevare materasso e lenzuola per sicurezza prima di accettare la camera…”

hotel da incubo

Hotel da incubo: less is not always more

Questa è l’esperienza in India di Silvia di Bagaglio Leggero.

“Arriviamo a New Delhi alle 3 del mattino. L’aeroporto è già affollato, il viavai ricorda la vita dei formicai dopo il disgelo. Il taxi attraversa veloce la città. Per quanto tu ti sia documentato su tutte le cose da sapere prima di andare in India, non sarai mai pronto abbastanza. Niente infatti avrebbe potuto prepararci a quella prima notte a New Delhi. 

L’hotel si trova al centro della città. L’abbiamo scelto per la posizione e perché era consigliato dalla Lonely Planet, la bibbia dei backpacker parlava chiaro: India fai da te? A Delhi, vai lì. 

La camera è il letto, e viceversa. 10 cm per parte lo separano dalle pareti, un cestino di plastica in un angolo è l’unico lusso. Entriamo, riusciamo a portare dentro gli zaini, ma adesso è difficile chiudere la porta. E forse non è poi così male, dato che la camera non ha finestre

L’umidità è così pesante da farci ritrovare entro un paio di minuti in un bagno di sudore. Una ventola pende dal soffitto tutta trionfante. “Attaccala subito ti prego ” – chiedo a Davide mentre dispongo i sacchi lenzuolo sopra un materasso dall’aspetto quantomeno discutibile. La camera adesso è un elicottero, la ventola ci impedirà per tutta la notte di chiudere occhio, il tetto in procinto di crollare per causa sua. 

Forse è il caso di farsi una doccia. Se non fosse che il bagno, separato dal letto da una ex porticina in legno, è interamente rivestito di muffa verde e incrostazioni. Il doccino direttamente sopra al wc, nessuna tenda, nessuna finestra. 

Sono le 4 del mattino. Meglio uscire alla scoperta della città. 

Per dover di cronaca la stanza costava 3 euro a notte (in due). Ce la siamo cercata.”

Hotel da incubo: è new york, bellezza!

Ecco il racconto di Silvia di The Food Traveler  

“Immaginate il primo viaggio a New York: una città vista per anni nei film e idealizzata nella fantasia di una ragazza spensierata che si era emozionata già nella fase di pianificazione. L’arrivo nella città che non dorme mai era un sogno che diventava realtà e tutto doveva essere perfetto, a partire dall’albergo.

Nei mesi precedenti avevo studiato le caratteristiche dei neighborhoods di Manhattan, facendo una selezione di alcuni hotel. Avevo scelto la zona di Union Square, optando per un hotel sulla 14a strada: vicino alla fermata della metropolitana, pulito e carino. Un boutique hotel, stando alla definizione del sito internet.

Da quella volta ho iniziato a dubitare del concetto di boutique. Al nostro arrivo la sera tardi, veniamo accolti in una reception polverosa da una ragazza dal forte accento sovietico. È evidentemente scocciata perché deve distogliere l’attenzione dal libro che sta leggendo per registrare il nostro arrivo. Scopriamo che la nostra è una basement room, così faccio notare alla bionda dietro al bancone di aver prenotato una camera che non fosse nel sottoscala. Avevo immaginato una stanza con vista sui palazzi circostanti, invece dovrò passare una settimana in un garage. La ragazza ci consegna la chiave di metallo e fa una smorfia. Chiaramente non le importa. 

Scendiamo due rampe di scale e arriviamo in cantina, altro che basement. La stanza è piccola, buia, umida, rivestita di moquette ovunque e arredata con mobili che erano fuori moda vent’anni prima. L’unica fonte di luce oltre al lampadario è una minuscola finestra a ribalta da cui si scorge un angolo di cortile pieno di bidoni della spazzatura. 

Non è esattamente il posto da sogno che avevo immaginato. Ma siamo stanchi e ci mettiamo a letto senza troppi pensieri. Il peggio però arriva nel cuore della notte, quando vengo svegliata dalla sensazione che ci sia qualcosa che non va. Il qualcosa che non va è un topo che corre da un angolo all’altro della stanza. Sveglio il mio compagno che prontamente apre la porta della camera per far uscire il topo. Per paura che l’ospite indesiderato torni a farci visita, chiudiamo la finestra e le porte della doccia (perché se in America i coccodrilli escono fuori dalla doccia, figuriamoci di cosa sono capaci i ratti newyorkesi), arrotoliamo un asciugamano e lo infiliamo sotto la fessura della porta.

Il mattino dopo espongo il problema alla receptionist. Lei mi guarda come se le avessi detto che fuori splende il sole e mi risponde con un’alzata di spalle: “It’s New York City”. 

È New York City: da questa città ci si deve aspettare questo e altro. Non abbiamo permesso alla topaia di rovinarci la vacanza e ci siamo innamorati comunque di New York.”

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Questo post è stato scritto da:

francesca

FRANCESCA

La capa, dalla cui mente è nato Chicks and TripsSenese di nascita, europea per vocazione, ha conseguito la laurea in Giurisprudenza e poi l’ha appesa al chiodo sopra la televisione, tanto le stampe come complemento d’arredo vanno di moda. Passa il suo tempo a scrivere atti più o meno pubblici, fare foto e pettinare gatti. Se dovesse andare a Hong Kong, sceglierebbe un volo con scalo a Londra e un tempo di attesa di un paio di giorni, pur di farsi un giro nella città della Regina. Sogna di vincere alla lotteria e passare il resto della vita in un appartamento con camino a Mayfair. Autrice de “I Cassiopei (biografie non autorizzate) “Storia di Biagio”.

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