Maura Martellucci non è una travel blogger, ma potrebbe benissimo esserlo: ha girato il mondo in lungo e in largo, ha la passione per la scrittura e una curiosità innata. Di tutte le bellissime città visitate, ha scelto di fermarsi a Siena e di Siena, ne sa tantissimo.

Le ho chiesto di scrivere un articolo sulla bella cittadina toscana, qualche curiosità poco nota che potesse stuzzicare i curiosi e incuriosire gli annoiati. Ne sono usciti questi 10 segreti di Siena che, confesso, neanche io conoscevo. Per fare le foto li ho inseguiti tutti e ne è venuta fuori una caccia al tesoro nella mia stessa città.

Spero vi piaccia, io l’ho adorato (ma sono di parte).

Francesca

Avete deciso di visitare Siena? Non ve ne pentirete mai.

E’ una città affascinante, soprattutto se, dopo aver passeggiato in Piazza del Campo (“ma come fanno a farci una corsa di cavalli?”), visto Palazzo Pubblico (eh sì, il Buon Governo fa aprire la bocca dall’emozione), essere arrivati al Duomo (specialmente se avete la fortuna di trovare il bellissimo pavimento intarsiato scoperto: questo accade solo in alcuni periodi dell’anno) ed esservi spersi dentro la millenaria storia dell’ospedale di Santa Maria della Scala, andate a zonzo senza meta tra i vicoli più nascosti, incontaminati e suggestivi.

Però, forse, una meta potremmo indicarvela noi. Possiamo suggerirvi una ricerca di segreti, misteri e storie curiose delle quali, peraltro, Siena è punteggiata.
Allora in marcia!

Segreti di Siena

I segreti di Siena: n.1) La Santa caduta

Mentre vi dirigete in piazza del Duomo, a lato del Battistero, trovate una ripida scalinata che conduce fino al portale del cosiddetto Duomo Nuovo.
Realizzata a metà del Quattrocento, la scalinata è popolarmente detta di Santa Caterina perché, secondo la tradizione, la giovane vi sarebbe caduta spinta dal diavolo, perdendo i denti incisivi.
La Santa di Fontebranda, tuttavia, se inciampò lo fece per la scarpata non ancora coperta di gradini, perché quando le scale furono eseguite Caterina era ormai morta da più di settanta anni.

Se questa è la leggenda cosa dovete cercare?

Logicamente il punto esatto dell’incidente che, ancora oggi, è segnato su un gradino con una croce. E anche voi state attenti a non cadere!

Segreti di Siena

I segreti di Siena: n.2) Peste e Duomo

Al termine della scalinata vi mancherà il fiato non solo per la salita ma perché vi trovere di fronte a quella che doveva essere la facciata del Duomo Nuovo.

Rimasta lì, sola, dopo che l’imponente edificio, progettato all’inizio del secolo XIV non venne mai portato a termine, sia per gli irrisolvibili problemi di staticità (tanto avrebbe dovuto essere impotente: il duomo attuale sarebbe stato il transetto, immaginate un po’) quanto per i colpi terribili (in termini di risorse economiche e di popolazione) inferti alla città dalla peste nera del 1348.

Segreti di Siena

I Segreti di Siena n.3) Il quadrato magico

Arrivati di fronte al duomo (quello “vecchio” e finito) dovete trovare il quadrato magico: il Sator. Cercate con pazienza tra le pietre della parete esterna sinistra del Duomo, di fronte al palazzo arcivescovile.

E’ una piccola epigrafe, scritta in latino. Composta di cinque parole, ciascuna di cinque lettere, recita: “SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS”. Questo motto è ripetuto per cinque volte fino a formare, appunto, un quadrato.

Segreti di Siena
Se prendiamo il quadro nella sua interezza tutta la frase risulta palindroma. Può essere letta dall’alto in basso, dal basso in alto, da destra a sinistra o da sinistra a destra.
Presente nei resti di Pompei, tra le rovine romane presso Budapest e sull’Eufrate, in manoscritti medievali, su papiri e amuleti copti ed etiopici, sulle pareti di decine di chiese italiane ed europee, nel Medioevo si riteneva che il Sator servisse a guarire i cani idrofobi.

Nel Rinascimento veniva usato come talismano dagli alchimisti. Secondo il gesuita Athanasius Kircher era un simbolo satanico, mentre nell’età del positivismo venne considerato un semplice gioco enigmistico.
Moltissimi i tentativi di traduzione e di interpretazione proposti nel tempo. Tra le varie ipotesi c’è chi lo ritiene una preghiera protocristiana, chi lo riconduce alla cabala e all’ermetismo e chi lo vuole legato ai misteri dei Templari.

I Segreti di Siena n.4) Divieto di parcheggio

Già che siete in piazza del Duomo guardate quel “rigolo” di pietre bianche che attraversa lo spazio davanti alla cattedrale e al Santa Maria della Scala. Non dà molto nell’occhio. Sembra una vecchia linea di demarcazione di un parcheggio.

Segreti di Siena
La sua storia, invece, affonda le radici nel Medioevo.

Era la seconda metà del XIV secolo e i canonici del duomo si scontravano, da decenni, con i frati che gestivano l’ospedale per i diritti di sepoltura che entrambe le istituzioni vantavano su quest’area.

Fino all’invenzione del cimitero moderno che risale al XVIII secolo, infatti, i morti venivano sepolti presso una chiesa o presso un ente religioso. Questo significava per l’ente soldi sicuri: per i diritti di sepoltura, per le messe in memoria che la famiglia del defunto commissionava, per lasciti testamentari ed elargizioni.
I toni della lite tra i canonici del duomo e i frati dell’ospedale, nel corso degli anni, si fecero sempre più aspri tanto che nel 1378 fu decretato che si tracciasse un “rigolo” di pietre in modo da dividere e definire quale porzione di suolo della piazza fosse di competenza di ciascuno dei due enti.

L’anno successivo fu papa Urbano VI in persona a ratificare questa spartizione. Da allora la linea di pietre bianche (o una sua discendente) è sempre rimasta lì.

Attenti, quindi, non fatevi ingannare e non lasciateci la macchina o il motorino perché, con tutta probabilità, ci troverete una multa salata.

I Segreti di Siena n.5) La Madonna del Corvo

Lasciata piazza del Duomo e camminando lungo via Stalloreggi, ad un certo punto, sulla sinistra, nel fabbricato all’angolo ammiriamo un tabernacolo raffigurante la “Pietà”.

Segreti di Siena
Affrescato dal Sodoma all’inizio del Cinquecento il tabernacolo è popolarmente conosciuto come “Madonna del Corvo“, tanto che nel 1931 il podestà di Siena, Fabio Bargagli Petrucci, decise di apporre una lapide che sancisse tale denominazione.

La tradizione senese racconta che un corvo, contagiato dalla peste, posatosi sopra l’affresco sarebbe rimasto fulminato, evitando che il terribile morbo si propagasse in città.

Secondo un’altra versione, antitetica a questa, l’uccello sarebbe sì morto ma avrebbe dato inizio alla terribile epidemia di peste che nel 1348 decimò la popolazione senese.
Un’altra favola dice che il corvo morì sul colpo e la peste finì. Scegliete voi quella che vi piace di più.
La verità è molto meno affascinante: il palazzo su cui sorge il tabernacolo nel XVI secolo era di proprietà dei Marescotti, il cui stemma è per l’appunto un’aquila nera ad ali spiegate in onore dei suoi committenti.

Nell’affresco è resa male e il pennuto, più che un’aquila, assomiglia ad un piccione o, con fantasia, ad un corvo. Ma in salute, non appestato.

Segreti di Siena

I Segreti di Siena n. 6) Teste e fantasmi

Visto che siete in zona perché non andate a cercare lo spirito di frate Giomo?
In via delle Cerchia, scavata sulla facciata di un palazzo al numero 50, c’è una nicchia al cui interno è stata murata la testa marmorea di un uomo barbuto, calvo, con il volto infossato e gli occhi spiritati.
Secondo la tradizione, sarebbe il frate camaldolese Giacomo detto “Giomo”, vissuto a cavallo tra XII e XIII secolo nell’Abbazia di Santa Mustiola (lì accanto) e morto sul campo di battaglia di Montalto della Berardenga nel 1208, in uno degli scontri tra Siena e Firenze.
La leggenda vuole che dopo la disfatta senese, le donne andassero a recuperare i corpi dei caduti e trovassero quello del frate disteso sopra il vessillo della compagnia di Porta all’Arco, e la croce del vessillo si dice che risplendesse di una luce misteriosa. Così il suo spirito sopravvisse al corpo.

Segreti di Siena
Ah, a propostito. Nel 1208 le compagnie militari non esistevano ancora. Sarebbero state istituite quasi un secolo dopo.
Secondo un’altra versione, invece, Giomo non sarebbe che lo spirito del fantasma dell’Orto Botanico (che si trova fuori porta all’Arco, in via Mattioli). Qui Giacomo de’ Magagni, detto Giomo, appunto, un frate camaldolese (anche lui) sarebbe stato impiccato nel XVI secolo dopo una relazione peccaminosa con una suora.

Le apparizioni si sono susseguite nei secoli fino a quando, sembra, il fantasma stesso indicò il suo luogo di sepoltura, sotto la casa del custode. E voi non volete andare a cercarlo? Paura?

I Segreti di Siena n. 7) La Torre del Mangia

Dopo esservi persi tra i misteri e i profumi e le piante dell’orto botanico scendete in Piazza del Campo. Se pensate che sia troppo nota per avere segreti vi sbagliate.

Segreti di Siena

Iniziamo. Intanto bisogna capire perché la Torre del Mangia porta questo nome. Dopo che, nel 1347, fu collocata sulla Torre appena edificata la cosiddetta “campana grossa”, venne incaricato di battere le ore un tal Giovanni di Duccio (o di Balduccio). Ora, Giovanni pare avesse le mani bucate e per questo venne soprannominato “Mangiaguadagni” o, più semplicemente, “Mangia”.
Nel 1360, però, venne installato sulla Torre il primo orologio meccanico e nel 1400, per battere le ore, venne posto un automa (inizialmente era in legno e, reggendo un martello, si muoveva e percuoteva la campana) che il popolo soprannominò subito come il vecchio campanaro: Mangia.

Segreti di Siena

E se volete vedere il Mangia, ovvero ciò che resta dell’ultimo automa tolto dalla sommità della torre nel 1780, basta entrare nel Cortile del Podestà.
La sua storia è avventurosa: prima relegato nei magazzini e poi portato dal governatore Giulio Ranuccio Bianchi Bandinelli nella sua villa di Pagliaia per ornarne il vicino lago, venne dimenticato.

Un secolo dopo il pronipote, Ranuccio Bianchi Bandinelli, noto studioso, anche se ormai il lago era prosciugato, in un fosso notò una statua mutilata che ricostruì essere l’automa. Così fece restaurare ciò che rimaneva e la donò alla città.

I Segreti di Siena n.8): Il suono del Palio

Mentre siete alla ricerca del Mangia, forse avrete la fortuna di sentire il rintocco della campana che si trova sulla sommità della Torre de Mangia. State ascoltando Sunto, il suono probabilmente più caro ai senesi, perché scandisce i ritmi nei giorni di Palio.
Fatevi coraggio e salite la ripida scala che vi porta sulla Torre e, oltre ad un panorama da mozzafiato, vi troverete di fronte un’enorme campana con una grande crepa. Questa campana, con grande dispendio di soldi ed energia e svariati tentativi falliti, il 29 settembre 1666 venne issata sulla Torre con un complesso sistema di argani e, scrivono i cronisti, “é in grandezza et in peso il maggiore che a’ nostri tempi sia in Italia”.

Segreti di Siena

Il campanone proprio per la sua mole indusse il popolo a ribattezzarlo: una campana così grossa non poteva portare il nome femminile di quella che l’aveva preceduta “Maria Assunta” e così divenne, allora e per sempre, “Sunto”.

Purtroppo nel 1831 una crepa ne fece bloccare l’uso e se inizialmente si pensò di rifonde il manufatto, i costi proibitivi dissuasero dall’impresa per cui la fenditura venne solo “accomodata”. Il taglio rimasto nel bordo della campana è quello a conferisce a Sunto la “sonorità grave e roca” dei suoi rintocchi che tanto emoziona i senesi.

I Segreti di Siena n. 9): Giustizia, malcontenti, impiccati e vampiri.

Da Piazza del Campo non vi resta che scendere nell’antica valle di Porta Giustizia, oggi conosciuta da tutti come Orto de’ Pecci. Alla valle di Porta Giustizia si scende da piazza del Mercato e poi da via dei Malcontenti e questi nomi non sono certo casuali.
Dalla metà del Trecento, infatti, le prigioni si trovavano proprio in piazza del Mercato e coloro che venivano condannati a morte da qui percorrevano questa strada, la vallata e uscivano dall’antica Porta Giustizia per arrivare alle forche che si trovavano al poggio di Pecorile, vicino alla Corocina, a sud di Siena.

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Questa storia già da i brividi, ma sta a voi, una volta all’Orto de’ Pecci, magari all’imbrunire, decidere se dare o meno la caccia al vampiro che, si narra, viva qui da secoli.

Le sue massime apparizioni, pare risalgano alla fine dell’Ottocento, e si raccontava che l’anima in pena fosse proprio lo spirito di un condannato a morte, un condannato speciale: Niccolò di Tuldo, passato alla storia per essere stato decapitato alla pietosa presenza di Santa Caterina.

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Il vampiro di Porta Giustizia fu visto da molte persone, anzi, una volta venne addirittura circondato da un gruppo di abitanti, nella zona che costeggia le antiche mura cittadine, sul fondo della valle.

Naturalmente il vampiro scomparve misteriosamente dopo essersi trasformato in pipistrello. Qualcuno raccontava anche che aveva succhiato il sangue ad una giovinetta e ad un fiaccheraio, portandoli entrambi sul punto di morte.
L’Orto de’ Pecci è un luogo affascinante, un angolo di campagna dentro la città ma attenzione a trattenervi verso le mura dopo il calar della notte (anche perché la cooperativa La Proposta che lo gestisce a una certa ora chiude i cancelli e voi, se ci siete ancora dentro, ci fate mattina).

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I Segreti di Siena n. 10) Teste mozzate e appese

Risalendo dall’Orto de’ Pecci, ormai in pieno clima noir, dovete cercare il palazzo della testa mozzata e del Diavolo Rosso.
All’inizio di Via dei Rossi, quando si incrocia via del Refe Nero, guardate in alto e in una gabbia in ferro battuto murata sull’edificio a destra vedrete una testa con un copricapo, conficcata in uno dei ferri.

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Non è una vera testa, ma un ornamento voluto da un antico proprietario del palazzo, l’antiquario senese Giuseppe Mazzoni, che ve lo pose all’inizio del Novecento. Anzi: la testa raffigura lo stesso antiquario Mazzoni che si fece ritrarre con aria truce e porre in questa stravagante cornice, si dice, rivolto malevolmente verso la vicina banca del Monte dei Paschi che, dopo un tracollo finanziario, gli aveva portato via molte delle ricchezze.
Tutto il palazzo del Diavolo Rosso, è particolarissimo.

Sull’intera facciata, sia sul lato di via del Refe Nero che su quello di via dei Rossi è tutto un pullulare di epigrafi, lapidi, bassorilievi, maioliche più o meno autentiche, più o meno medievali, almeno medievaleggianti. Da passarci le ore a decifrare messaggi, epigrafi, sculture che vanno da una sirena ad un braccione forzuto che brandisce una mazza: proprio l’emblema della famiglia Mazzoni.

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I segreti, i misteri e le leggende di Siena potrebbero continuare, ma se avete trovato i nostri dieci indizi potrete tornare a casa sicuri di aver conosciuto alcuni angoli di Siena sconosciuti, taluni, agli stessi senesi.

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Se questo post vi ha incuriosito, non perdetevi Stradario-stranario. Curiosità e stranezze nei toponimi di Siena oppure La patria in strada. Lo stradario di Siena dal Risorgimento al Medioevo, entrambi scritti da Maura.

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